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Quanto vale il nostro Tempo?

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Se c’è una cosa che contraddistingue le esistenze di tutti quanti noi, dal primo all’ultimo, sono le scelte che compiamo. Scelte che, il più delle volte, corrispondono a progetti. Sono il piccolo passo che segna la direzione di una vita o, più frequentemente, di una giornata. Quei minuscoli atti che ti sembrano insignificanti, ma che possono decidere molto dell’economia di una vita.

Pensiamo di essere fermi ma in realtà siamo in costante movimento, anche se non ce ne accorgiamo, o facciamo finta di non accorgercene. In ogni istante creiamo il mondo che ci circonda e ci circonderà, non perché fuori di noi non esiste nulla, ma perché è a noi che quel fuori si manifesta. A noi come esseri umani, a me che parlo, a te che ascolti. E’ proprio il movimento il problema. Perché tutto passa, anche se a volte i nostri attimi ci sembrano infiniti.

E questo non li svilisce, anzi, ne dimostra in pieno tutta l’importanza. Sì, perché in quell’eterno movimento siamo immersi anche noi e sono proprio quegli attimi a definire la nostra direzione. Quindi è una questione di tempo, diciamocelo senza giri di parole. Chi non ha tempo non ha scelta, non può prendere alcuna direzione. E’ il tempo la prerogativa fondamentale delle nostre vite. Solo in un orizzonte temporale ci è possibile essere chi siamo o chi vorremmo essere.

Forse per questo dovremmo tutti prenderci un po’ più di tempo. E’ attraverso il continuum del tempo che noi avvertiamo di essere uniti, di essere proprio quel soggetto che eravamo 10 minuti fa, quel soggetto che possiamo pensare come Io. Per Husserl, il tempo è una serie di punti, una serie di rimandi interni al soggetto. Perché è sempre il mio tempo; anche se spesso lo dimentichiamo il tempo appartiene a noi stessi, perché è soltanto grazie al tempo che possiamo decidere che direzione imboccare.

Quindi prendiamoci, sempre, il nostro tempo.

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Felicità: serve parlarne?

La seconda stagione del mio podcast, Filosofia per il Nuovo Mondo, è iniziata con un argomento molto importante e dibattuto: la felicità. Ora, non c’è bisogno che vi dica che di felicità parlano tutti, a tutti i livelli, e se ne parla da tempo.

Sfondo vettore creata da freepik – it.freepik.com

Ma davvero, di felicità, serve parlarne? Beh, un po’ sì e un po’ no. Con la felicità abbiamo tutti a che fare, in un modo o nell’altro. Spesso è la bussola che orienta i nostri progetti e i nostri desideri. Altre volte è uno stato d’animo che cerchiamo e ricerchiamo, perché sembra nascondersi lì il senso della nostra vita, di tutto quello che facciamo e che faremo.

Soprattutto negli ultimi anni, ma diciamo pure nell’ultimo mezzo secolo, la ricerca della felicità è stata assunta come principio guida da un numero sempre maggiore di persone. E’ diventato un mantra: “Devo essere felice, devo fare soltanto quello che mi fa stare davvero bene”.

Ma ci siamo mai chiesti cosa significhi effettivamente essere felici? Se c’è stato un momento della nostra vita in cui abbiamo potuto affermare senza alcun dubbio “Sono felice!”? Insomma, ci stanno un bel po’ di cose da dire su questo stato d’animo, o stato mentale (ma qui si entrerebbe di più nel tecnico), così strano e variegato, sempre sulla bocca di tutti ma difficilmente afferrabile coi concetti.

Alla domanda “E’ così necessario parlarne?”, la risposta è sì. Un sì grande quanto una casa, oggi più che mai. Ma per parlarne è indispensabile affinare il concetto; pulirlo bene da tutte quelle incrostazioni prodotte da una fin troppo superficiale corsa verso l’esser felici che caratterizza sempre di più la nostra società contemporanea. Essere felici non è un obbligo, se si sa bene cosa sia la felicità.

La felicità di Epitteto

Ascoltate il podcast per saperne di più sui pensatori che hanno provato a definire cosa sia davvero la felicità e ditemi cosa ne pensate. Ditemi cosa rappresenta per voi questo straordinario concetto. A me piace molto ciò che a riguardo affermava Epitteto, filosofo greco che visse a Roma sotto Nerone:

Tra le cose che esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da noi: giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi: il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le cariche pubbliche e, in una parola, tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri. icordati dunque che, se credi che le cose che sono per natura in uno stato di schiavitù siano libere e che le cose che ti sono estranee siano tue, sarai ostacolato nell’agire, ti troverai in uno stato di tristezza e di inquietudine, e rimprovererai dio e gli uomini. Se al contrario pensi che sia tuo solo ciò che è tuo, e che ciò che ti è estraneo – come in effetti è – ti sia estraneo, nessuno potrà più esercitare alcuna costrizione su di te, nessuno potrà più ostacolarti, non muoverai più rimproveri a nessuno, non accuserai più nessuno, non farai più nulla contro la tua volontà, nessuno ti danneggerà, non avrai più nemici, perché non subirai più alcun danno.

Epitteto

A presto!

Giorgio

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Il virus del tuo pc è un essere vivente / 2

Per il momento, ci accontentiamo di un listone infinito che due ricercatori dell’università di santa fe, Farmer e Belin, hanno messo su carta nel 1990. Allora le caratteristiche del vivente sono queste:

  • La presenza di una struttura: in due parole, potremmo dire, cioè, la presenza di un insieme di parti in cui non conta la parte singola ma il tutto organico.
  • Auto-riproduzione
  • Contenere internamente una rappresentazione di sé: per intenderci, in ogni nostra cellula è presente una copia del nostro DNA.
  • Un metabolismo
  • Interazioni funzionali con l’ambiente
  • Interdipendenza delle parti
  • Una certa stabilità dell’insieme anche in seguito a perturbazioni
  • La capacità di evolvere

Ecco tutto. 8 caratteristiche distintive del vivente. Se mancano, non si è capito bene se tutte insieme o anche alternativamente una o l’altra, allora non si può parlare di vita. Seguendo questo schemino, quello che il prof. Dawkins dice sui virus è vero. Stanno in una via di mezzo. E in effetti: hanno interazioni funzionali con l’ambiente, si autoriproducono, hanno una struttura. Ma non hanno un metabolismo, per esempio, perché sfruttano quello di altre strutture. E i virus informatici?

Beh, a quanto pare, se facessimo il giochino di andare ad analizzare ognuna delle caratteristiche riportate sopra e collegarla al tipo di entità che è il virus digitale, ecco che sembrerebbe molto più facile dire che quest’ultimo sia un ente vivente rispetto al virus biologico. Quindi, definire la vita sulla base di queste caratteristiche diventa molto complicato, almeno per quanto riguarda le entità digitali. Già questo chiamarle entità è un indizio. Ricordiamo sempre, infatti, che quello tra il naturale e l’artificiale è un confine molto meno preciso di quanto siamo portati a pensare.

Vediamo se la filosofia può darci una mano in tutto questo marasma. Fin dall’inizio, i filosofi si sono chiesti che cosa volesse dire essere vivi. Essere vivi poteva voler dire avere la capacità di autoproduzione: in che senso? Nel senso dell’essere capaci di produrre in maniera spontanea sia il proprio movimento, sia il proprio nutrimento che la propria riproduzione. La caratteristica del movimento è ciò su cui è stato posto l’accento per molto tempo. L’anima è viva perché si muove. San Tommaso, ad esempio, è esemplare su questo punto quando afferma che Vita è “la sostanza a cui conviene (a cui si confà), per sua natura il muovere se stessa o condurre se stessa all’operazione”. La capacità di desiderare fa parte di questo tipo di movimento. L’essere capaci di desiderare, di avere pulsioni. Una caratterizzazione di questo tipo ha poi portato al fenomeno del vitalismo. Per vitalismo intendiamo quella teoria che considera i fenomeni vitali non riducibili alle reazioni fisico-meccaniche. E, quindi, seguendo l’impostazione vitalistica, di certo non si potrà mai parlare del virus come di un essere vivente. Solo Dio ha il potere di creare la vita. C’è quindi una causa irriducibile alla base dei fenomeni vitali, una causa che li spiega, perché altrimenti non sapremmo proprio come spiegare la vita. Ma, come dice Abbagnano nel suo dizionario di filosofia, una causa di questo tipo, irriducibile e inafferrabile, che cerca di spiegare tutto, proprio perché cerca di spiegare tutto, alla fin dei conti non spiega nulla ed è un asilo dell’ignoranza.

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Il virus del tuo pc è un essere vivente / 1

Si può definire la vita?

Durante una conferenza del 1994 Stephen Hawking, l’illustre fisico inglese scomparso un anno e mezzo fa, ha avuto l’ambizione di affermare che un comune virus informatico potrebbe essere considerato una forma di vita. Il virus, infatti, soddisferebbe i requisiti necessari affinché si possa parlare di vita. E secondo Hawking, alla fine il requisito sarebbe uno soltanto: il parassitismo. E sì, perché il virus informatico si comporterebbe allo stesso modo del suo omologo biologico: entra nel sistema dell’ospite e si nutre del suo stesso nutrimento, che utilizza per replicarsi. Anche le modalità di diffusione dei due tipi di virus sono più o meno identiche, così come la gradualità della possibile gravità. Ci sono virus informatici che semplicemente rallentano il pc, altri che lo fanno esplodere. Così come un virus biologico può trasmetterti l’influenza o, nel peggiore dei casi, l’HIV.

Beh, si tratta di una similitudine davvero molto interessante. Eppure, definire la vita non è così semplice e le cose potrebbero essere un tantino più complesse e complicate. Già poco tempo dopo, Richard Dawkins, zoologo evoluzionista autore della famosa opera Il Gene Egoista e dell’altrettanto celeberrima teoria dei memi, tra parentesi, personaggio molto singolare, si disse in linea di massima d’accordo con Hawking, anche se con una importante precisazione: il virus biologico si trova in una linea di confine tra l’essere vivente e il non-vivente. E le cose cominciano già a complicarsi.

Dall’affermazione di Hawking viene fuori una domanda molto importante, che va oltre la semplice classificazione dei virus o di quelle che saranno le entità digitali come “vive”. C’è in gioco la definizione stessa di cosa sia il vivente, di che cosa serva per dire che una cosa è viva, mentre un’altra non lo è.

Si tratta di una domanda alla quale si è tentato molte volte di rispondere ma l’esigenza sembra essere diventata più urgente soprattutto nell’ultimo periodo storico, a causa, naturalmente, dell’entrata in scena dell’intelligenza artificiale. E allora noi umani, che alla fine abbiamo soltanto paura di sentirci dire che le macchine potrebbe essere vive esattamente come siamo vivi noi, cerchiamo di correre ai ripari. E prima di tutto, allora, cerchiamo di rispondere alla domanda principale: quali sono le condizioni di base un qualcosa possa essere detto vivente?

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