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Transumanesimo

Gilgamesh. Il transumano

In alcuni dei testi transumanisti più bizzarri, ma con toni meno enfatici anche in alcuni dei più seri, si legge nel tentativo di Gilgamesh di superare la condizione umana (la sua pur particolare condizione umana) un antecedente del transumanesimo.

Il re di Uruk

Ebbene sì, qualcosa come 4500 anni fa qualcuno, non sappiamo ancora chi, si prese la premura di scrivere una epopea bellissima. L’epopea di Gilgamesh. Beh, chi sarebbe questo Gilgamesh? Allora, dato che non si tratta di quell’Ulisse con il quale tutti noi siamo cresciuti e del quale sappiamo vita, morte, miracoli e tresche (sì perché di tresche ne aveva tante il caro Odisseo) facciamo un salto nella trama dell’epopea.

Poi c’è da dire che si tratta di una serie di racconti scollegati, ci sono tante lacune in mezzo, quindi diamo giusto soltanto un’occhiata alla genesi del nostro eroe. Gilgamesh è il re di Uruk. Primo problema: che città è Uruk? Uruk è il nome sumerico dell’attuale città di Warka, che si trova nella Mesopotamia meridionale, a due passi dall’Eufrate, quindi nel moderno Iraq. La città conobbe un periodo di splendore, sotto varie dinastie, se ci mettessimo a citarle tutte forse non basterebbe una settimana, comunque fu all’apice a periodi alterni diciamo fino al V secolo d.C., momento in cui venne definitivamente abbandonata. I suoi resti verranno ritrovati nella metà del 1800.

Il momento in cui Gilgamesh era re, immaginiamo potesse essere attorno al 2600-2700 a.C., ah e qui mi tocca aprire un’altra parentesi: forse Gilgamesh davvero camminò tra le lande desolate della nostra terra, naturalmente mondato di tutte quelle caratteristiche divine e supereroiche che gli vengono attribuite nel poema, l’argomento comunque è controverso. Alcuni resti sembrano indicare l’effettiva esistenza di uno sei suoi antagonisti, quindi a rigor di logica ci sarebbe la possibilità che anche lui fosse effettivamente un uomo in carne e ossa.

Magari un re importante e carismatica attorno alla cui figura è stata poi costruito e impalcato tutto il discorso dell’epopea. Comunque sia, la storiografia ufficiale, che è poi quella che conta, definisce tutti i sovrani appartenenti a questa dinastia persa nel tempo come mitici. È il classico esempio di fondazione mitica di una civiltà; i nostri Romolo e Remo per intenderci.

Uomini di una volta

E’ il racconto di uomini con caratteristiche divine e sovrumane. Per farvi capire, nella Lista Reale Sumerica, una lista in cui vengono citati tutti i re delle varie dinastie sumere, compreso il numero di anni che hanno regnato, uno dei predecessori di Gilgamesh, Lugalbanda (a sua volta figlio del fondatore di Uruk), regnò per ben 1200 anni. 1200 anni. 1200. Ricorda vagamente le genealogie bibliche, i vari Matusalemme. Insomma, c’è stato un tempo in cui gli uomini vivevano, per qualche motivo, molto di più. E nonostante tutto ciò, vedremo, Gilgamesh soffre di un male molto umano, davvero molto umano. E di questo suo male ci viene dato un accenno già a partire da una iscrizione, riguardante sempre linee genealogiche reali, la cosiddetta Iscrizione del tempio di Ummal, che dice questo:

Il divino Gilgamesh,

colui che andò alla ricerca della pianta della vita,

ha costruito il santuario di Enlil;

Urlugal, figlio di Gilgamesh,

ha fatto risplendere Tummal

Colui che andò alla ricerca della pianta della vita. Ora, nella famosa Lista Reale, la vita di Gilgamesh viene calcolata in ben 126 anni. Certo, non si tratta dei 1200 di Lugalbanda, ma sempre 126 anni sono. E in un periodo in cui si moriva facilmente per un raffreddore, 126 sono una conquista, roba da guinness dei primati. Quindi per quale motivo Gilgamesh, a un certo punto della sua vita, avvertì il desiderio di andare alla ricerca della pianta della vita? Lo vedremo tra poco.

Ma allora, questo Gilgamesh, chi è? Beh, sulle sue origini, anche a un livello mitico, la Lista Reale non si esprime, ci dice semplicemente che suo padre è sconosciuto. Un trovatello insomma. A chiarirci questo particolare interviene il racconto di uno scrittore romano di lingua greca: Eliano. Il suo racconto è bellissimo:

Vi era una volta, in tempi lontanì, un re, il suo nome era Enmerkar, signore della città di Uruk. A lui gli indovini avevano profetizzato: «Colui che tua figlia partorirà, ti priverà della regalità». Il re allora, fu preso da paura, e affinché ciò non si verificasse, rinchiuse la vergine in una torre; la fece sorvegliare giorno e notte. Essa però partorì di nascosto un figlio di nessuno, perché la decisione degli dèi è immutabile. I guardiani terrorizzati per l’ira del sovrano, buttarono giù il bimbo dalla torre. Ma un’aquila avendolo scorto con la sua vista acuta, afferrò con i suoi artigli il bimbo prima che si sfracellasse al suolo, e lo portò in un palmeto dove lo depositò dolcemente. Il giardiniere scoprì il bel bambino, se ne innamorò e lo allevò: Gilgamos gli diede come nome. Cresciuto e diventato adulto, Gilgamos spodestò dal trono Enmerkar il padre di sua madre. Così si avverò la profezia divina.

Profezia divina, nascita misteriosa, intervento di animali, avveramento della profezia. Si tratta di uno schema che potremmo ritrovare in molti dei racconti mitici dei tempi antichi. Insomma, Gilgamesh sarebbe figlio di una vergine rinchiusa in una torre. Un figlio di nessuno destinato a diventare re. Poi nei poemi della tradizione, i natali di Gilgamesh vengono indicati nella dea Ninsun che ha come suo sposo niente meno che Lugalbanda. Sì, uno dei re precedenti a Gilgamesh, quello che regnò per ben 1200 anni.

La sua figura viene divinizzata e messa accanto ad una delle divinità più importanti del pantheon sumerico. Quindi, sui natali di Gilgamesh ci siamo. Ora andiamo a vedere cosa ci viene detto delle sue gesta nel poema, (sarebbe meglio dire nei sei poemi) che gli sono dedicati. Quello che interessa a noi avviene subito dopo la morte del suo fedele servo e amico Enkidu.

Gilga ed Enki

Ma anche qui, il rapporto tra Gilgamesh e il suo amico/servo è molto più complicato di quanto sembri a prima vista. Enkidu non è un semplice mortale. E’ una ex-bestia. Un ex-animale diventato uomo. Anzi una ex bestia divina diventata uomo. Enkidu infatti è la soluzione che gli dei hanno pensato per risolvere le lamentele dei sudditi di Gilgamesh, spossati dalle continue vessazioni, diciamo così, cui il loro re li sottoponeva:

Giorno e notte non c’è limite alla sua arroganza. Nessun figlio è lasciato a suo padre, poiché Gilgames tutti li prende, anche i bambini; eppure, il re dovrebbe essere un pastore per il suo popolo. La sua lussuria non lascia nessuna vergine all’amante, né la figlia del guerriero, né la moglie del nobile; eppure egli è il pastore dellacittà, saggio, avvenente, risoluto»

Insomma, Gilgamesh era un mattacchione. E gli dèi accolgono le lamentele degli uomini, una volta tanto. Si rivolgono allora ad Aruru, la dea della creazione, chiedendole di creare un essere che possa tenere testa al re dei re.

« Fosti tu a farlo, Aruru; crea ora il suo pari, uno che sia simile a lui quanto il suo riflesso, un altro lui, cuore tempestoso per cuore tempestoso.

Così traendolo dalla argilla, Aruru crea quest’essere, il nobile Enkidu. Ma Enkidu non è un uomo. Sentite come viene descritto:

C’era in lui la virtù del dio della guerra, di Ninurta stesso. Aspro era il suo corpo, lunghi i suoi capelli come quelli di una donna, ondeggiavano come i capelli di Nisaba, dea del grano. Il suo corpo era coperto di pelo arruffato come quello di Sumuqan, dio del bestiame. Era ignaro dell’umanità, nulla sapeva della terra coltivata.

Questi ultimi due versi sono significativi. Enkidu è ignaro dell’umanità, non sa nulla della terra coltivata. Insomma, è un uomo prima della rivoluzione agricola. Ancor prima dell’uomo a dir la verità. E’ un pre-uomo, che trascorre la sua esistenza nei boschi, insieme agli animali e con loro si abbevera nei piccoli stagni. Il bello è che non si interessa delle cose umane e per essere d’intralcio a Gilgamesh, per conoscere l’ostilità e il desiderio di primeggiare, deve essere attivato, deve essere reso uomo. Nella mentalità antica nulla può trasformare una bestia in un uomo meglio di una donna. Soltanto conoscendo il piacere della carne, del proprio corpo congiunto a quello di una donna, Enkidu scoprirà di essere uomo e per una nuova tacita alleanza acconsentirà a combattere contro Gilgamesh.

E’ la trasformazione della bestia in uomo, che tramite quel legame che lo tiene saldo, come con una corda all’altro, all’amata o semplicemente all’altro uomo, decide di sfidare la divinità, in questo caso il semidio Gilgamesh, per mutare l’ordine antico. Enkidu sulle prime non avverte il cambiamento, tenta di tornare alla sua vita di prima, tra le bestie. Ma come il filosofo che è uscito dalla caverna, al suo rientro viene deriso e allontanato dalle bestie, che non lo riconoscono più. Non appartiene più al mondo dell’animalità; in qualche modo ne è stato scacciato, qualcosa di diverso è entrato in lui.

Allora, appena le gazzelle lo videro, balzarono via; fuggirono dal suo cospetto le creature selvatiche. Enkidu le avrebbe inseguite, ma il suo corpo era legato come da una corda; quando cominciò a correre le ginocchia gli cedettero, aveva perduto la sua sveltezza. E ormai erano tutte fuggite le creature selvatiche; Enkidu era diventato debole poiché la saggezza era in lui e i pensieri di un uomo stavano nel suo cuore.

Con cuore di uomo allora Enkidu viaggia verso Uruk, per pararsi di fronte al forte Gilgamesh. Lo scontro tra i due a dire il vero non è dei più emozionanti. Qualche spintone, quale stipite che trema, e alla fine Enkidu viene scaraventato a terra da Gilgamesh. Questo evento suggella l’amicizia eterna trai due; Enkidu infatti riconosce la superiorità del suo avversario, che lo accetta come consigliere, servo e amico fidato, tutto in uno.

Enkidu sarà l’unico ad avere con Gilgamesh questo tipo di rapporto. Ma alla fine, anche lui, per colpa di una maledizione scagliatagli contro dagli déi in seguito a un atto sacrilego, che qui non vi racconto perché andremmo per le lunghe e si aprirebbero altre infinite parentesi, andrà incontro alla morte. Sarà quello il momento in cui Gilgamesh penserà forse per la prima volta alla sua condizione di mortale:

Come posso riposare, come posso aver pace? La disperazione è nel mio cuore. Ciò che è mio fratello ora, lo sarò io quando sarò morto. Poiché ho paura della morte farò del mio meglio per trovare Utnapistim, colui che chiamano il Lontano; egli infatti è entrato nel consesso degli dèi.

Insomma, anche il possente Gilgamesh cade vittima di un sentimento umano, davvero umano: la paura della morte. Attenzione, non la brama di sconfiggerla, di vivere in eterno, di superare i confini dell’umano. No. Semplicemente e sinceramente: la paura della morte. Gilgamesh non maschera il suo sentimento. Lo grida ai quattro venti, perché pur essendo Dio per due terzi (lo so la proporzione è strana ma è quanto stabilito dall’epopea) quella sua terza parte è umana. E l’uomo, qualsiasi uomo, ha paura della morte. E alla morte cerca, quando è possibile, un rimedio.

Il diluvio

Il rimedio, per Gilgamesh, è Utnapistim, che se dovessimo fare un paragone potremmo paragonarlo a Noe. E sì, perché Utnapistim nel mito sumero è colui che ha costruito l’arca per far fronte al Grande Diluvio mandato dagli dèi come maledizione contro gli uomini, per ripulire la terra dalla loro presenza. Qualche assonanza?

Dopo il Diluvio, Utnapistim è stato donato della vita eterna. Per questo motivo Gilgamesh cerca di raggiungerlo e carpire da lui il segreto per non morire mai, per non fare la fine del suo fratello Enkidu. Ma è un’impresa futile e inutile, e sono di una bellezza estrema le parole con cui una donna che vive in quello che potremmo paragonare al giardino dell’Eden, Siduri, spezza i facili entusiasmi e i cattivi ragionamenti di Gilgamesh:

Gilgames, dove ti affretti? Non troverai mai la vita che cerchi. Quando gli dèi crearono l’uomo, gli diedero in fato la morte, ma tennero la vita per sé. Quanto a te, Gilgames, riempi il tuo ventre di cose buone; giorno e notte, notte e giorno, danza e sii lieto, banchetta e rallegrati. Siano linde le tue vesti, nell’acqua làvati, abbi caro il fanciullino che ti tiene per mano e nel tuo amplesso rendi felice tua moglie: poiché anche questo è il fato dell’uomo»

Tu sei uomo, vivi la vita da uomo. Non cercare quello che non ti è concesso. Non lo troverai. Ma Gilgamesh decide di non ascoltare Siduru, di continuare il suo cammino verso il Lontano Utnapistim. Ma neanche Utnapistim consola Gilgamesh, anzi, rincara la dose:

« Nulla permane. Costruiamo forse una casa che duri per sempre, stipuliamo forse contratti che valgano per ogni tempo a venire? Forse che i fratelli si dividono un’eredità per tenerla per sempre, forse che è duratura la stagione delle piene? Solo la ninfa della libellula si spoglia della propria larva e vede il sole nella sua gloria. Fin dai tempi antichi, nulla permane. Dormienti e morti, quanto sono simili: sono come morte dipinta. Che cosa divide padrone e servo quando entrambi hanno compiuto il proprio destino?

Utnapistim convince Gilgamesh dell’intrinseca mutevolezza della vita sulla terra, dell’inutilità della sua ricerca, della sua domanda di eternità. Se non costruiamo case che durino per sempre c’è un motivo. Il motivo è che nulla permane, nulla resta mai allo stesso modo di come era prima. Gli dèi hanno assegnato a lui, Gilgamesh la sovranità sul suo popolo, non l’eternità. E non c’è modo di conquistarla. Al massimo, questa è l’unica concessione, l’unico regalo che Utnapistim fa al re disperato, potrebbe tornare giovane e forte come era un tempo. Può ridiventare l’uomo che era un tempo, semplicemente mangiando una pianta che cresce sott’acqua. Allora Gilgamesh si affretta e riesce a recuperare in men che non si dica la pianta. Ma non la mangia subito, decide di tenerla e farla provare per primi ai suoi sudditi più anziani, per farli tornare di nuovo giovani.

TransGilgamesh

In alcuni dei testi transumanisti più bizzarri, ma con toni meno enfatici anche in alcuni dei più seri, si legge in questo tentativo di Gilgamesh di superare la condizione umana (la sua pur particolare condizione umana) un antecedente del transumanesimo. L’aspirazione diciamo che è la stessa, anche se lo strumento, per evidenti motivi, non è quello tecnologico. Si tratta pur sempre, comunque, di una tecnologia, anche se realizzata nell’unica sua esemplificazione possibile al tempo: una pianta misteriosa che vive nelle profondità oceaniche, ed è difficile, se non impossibile da raggiungere.

Soprattutto negli anni ’60 e ’70 del Novecento, noi in realtà abbiamo cercato di combattere la morte, di raggiungere l’eternità. Questo nella poco fondata credenza nel fatto che la causa della morte fosse da ricercarsi nell’impossibilità di guarire da alcune malattie. Per questo motivo sono nati tutta una serie di progetti, davvero svariati, volti a permettere la conservazione del corpo umano in condizioni accettabili per un risveglio, detto tra virgolette, futuro. Un risveglio che dovrebbe avvenire allorquando le conoscenze mediche permetteranno di guarire quel corpo dalla malattia che lo attanagliava, consentendogli di vivere ben oltre le aspettative di un comune essere umano.

Si tratta di quei progetti di crioconservazione che, in poche parole, puntano tutto sulla medicina di domani. Se noi ora non siamo in grado di guarire una determinata malattia, chi ci dice che in futuro non saremo in grado di farlo? Il paziente malato, allora, viene congelato, in condizioni che in teoria potrebbero permetterne una futura riattivazione cerebrale in attesa che la medicina compia quei passi avanti che permettano la cura del paziente. Ah, giusto per accennare a una cosa. In crioconservazione si è morti, e se non lo si è, si muore. Tutto sta nella speranza che non solo in un lontano futuro si sia in grado di guarire da determinate malattie, ma anche che si sia in grado di riparare ai danni compiuti dal processo di conservazione.

E’ tutto una speranza. La Alcor Life Extention Foundation, ad esempio, è un’azienda delle due aziende che si occupano attualmente di questo genere di conservazione. Finora ha in crioconservazione 176 pazienti, tra i quali anche una bambina di due anni, con un grave e raro tumore cerebrale, un ependiloblastoma. I costi dell’operazione di crioconservazione della Alcor, stando ai tariffari ufficiali, variano dai 200.000 ai 220.000 dollari. Fa tutto parte, questo, di un orizzonte transumanista, che mira ad andare oltre determinate condizioni intrinsecamente umane, quali la mortalità o la relativamente breve durata della vita. È la tecnologia applicata al corpo, che permette di andare oltre una condizione data, oltre una fattezza, per così dire, biologica.

Ma a Gilgamesh non tocca questo genere di sorte. Gilgamesh non è transumano, non è postumano. Pur essendo un semidio rimane pienamente umano. Ha le preoccupazioni e i sentimenti degli umani, porta con sé il dolore per un amico scomparso, la disperazione sul viso e lo sguardo di chi ha compiuto un lungo viaggio. Ora, non sappiamo in realtà perché Gilgamesh non abbia deciso di mangiare la pianta, quali fossero le intenzioni del narratore. Può essersi trattato semplicemente di uno slancio di solidarietà nei confronti dei membri più anziani della sua comunità o chissà cos’altro. Fatto sta che il re non riesce a far esperienza di quella tecnologia. Che comunque avrebbe destato, immaginiamo, ben poco stupore in un uomo abituato a uccidere tori celesti o a tagliare cedri sacri incalzato da guardiani con sembianze demoniache.

Quella che vive Gilgamesh è l’elaborazione di un lutto, la consapevolezza che non si può inseguire l’eternità e che la morte colpirà anche il più potente tra gli uomini, prima o poi. E’ un mondo di dèi, ricordiamolo, e sono loro che decidono il destino degli uomini. Nessuna tecnologia può salvarli dal loro destino di morte, e se gli dei avessero voluto avrebbero scelto di sacrificare Gilgamesh al posto di Endiku. Se ciò non è successo è soltanto perché Gilgamesh è ben visto dal dio sole, che sceglie di risparmiare la sua vita e condannare, invece, il suo amico, suo fratello. E comunque, dicevamo, il re non potrà mai fare esperienza di quel ritorno alla gioventù.

Durante il viaggio di ritorno a Uruk, infatti, mentre Gilgamesh sta lavandosi all’interno di uno stagno, un serpente sente l’odore della pianta della giovinezza, e gliela prende da sotto il naso. La mangia e, spogliatosi della sua vecchia pelle, torna nel pozzo. Il re è disperato ma accetta l’accaduto con serenità. Capisce che c’è un altro modo per essere immortali, per non venir dimenticati dagli uomini. Così quando torna ad Uruk decide di incidere la sua avventura su delle tavolette d’argilla, che, con un po’ di immaginazione, sono inaspettatamente arrivate fino a noi.