Categories
Filosofia

Marsilio Ficino e il neoplatonismo

Nella seconda metà del ‘400, in Italia si assiste a una rinascita degli studi filosofici, in particolare del platonismo, strettamente connessa alle realtà cittadine. Con il passaggio dai comuni alle signorie, perde il suo significato la figura dell’intellettuale impegnato nel contesto civile. L’intellettuale militante si trasforma in intellettuale contemplativo, un filosofo di professione in stretto rapporto con la corte signorile. L’esempio più caratteristico è quello di Marsilio Ficino (1433-1499).

Grazie all’appoggio della famiglia Medici, poté dar vita a un’Accademia platonica, centro di diffusione di un rinnovato interesse nei confronti della cultura platonica. Cultura platonica che viene rivisitata in senso cristiano. La fama di Ficino si fonda su due fattori principali. Per prima cosa, la sua opera di traduttore di Platone, Plotino e del Corpus Ermetico. In secondo luogo, la fittissima rete di corrispondenza che intrattenne con gli intellettuali europei del tempo.

Portrait of Marsilio Ficino (Figline Valdarno, 1433 – Careggi, 1499), Italian philosopher and humanist. Versailles, Château De Versailles (Photo by DeAgostini/Getty Images)

Il programma di Marsilio Ficino consiste in un tentativo di armonizzare la religione con la filosofia, sulla base dell’idea dell’esistenza di una rivelazione perenne. Tale rivelazione si è espressa di volta in volta in linguaggio devozionale o filosofico, accompagnando il cammino dell’umanità attraverso tappe successive. Dalla nascita della sapienza ermetica nell’antico Egitto, al pensiero di Platone e Plotino, al mondo israelitico fino al culmine del messaggio evangelico.

La sua opera più importante è la Theologia platonica, in cui Ficino utilizza il sistema tomista in funzione polemica contro Averroè e l’intera tradizione aristotelica. Quest’ultima viene vista come una forma di pensiero che in ogni sua espressione rivela la propria inconciliabilità con la dottrina dell’immortalità personale dell’anima. Le correnti aristoteliche vanificano l’immortalità individuale con la dottrina dell’unità dell’intelletto.

L’anima umana ha una posizione centrale, poiché nel mezzo di una gerarchia ontologica che va dalla materia a Dio ed esercita nei suoi confronti una funzione unificatrice. L’anima ascende e discende continuamente attraverso i gradi della gerarchia, cosa che prova la sua capacità di muoversi all’infinito e quindi la sua immortalità. La centralità dell’anima, inoltre, coincide con la centralità dell’uomo, poiché l’essere dell’uomo si rivela nell’essere della sua anima.

A tutto questo Marsilio Ficino aggiunge una dottrina dell’amore che avrò particolare fortuna. L’amore è, platonicamente, ciò che consente all’anima di mettere in pratica la propria funzione di mediatrice del cosmo. È in virtù dell’amore che l’anima unifica i differenti gradi della gerarchia ontologica.

Categories
Uncategorized

Felicità: serve parlarne?

La seconda stagione del mio podcast, Filosofia per il Nuovo Mondo, è iniziata con un argomento molto importante e dibattuto: la felicità. Ora, non c’è bisogno che vi dica che di felicità parlano tutti, a tutti i livelli, e se ne parla da tempo.

Sfondo vettore creata da freepik – it.freepik.com

Ma davvero, di felicità, serve parlarne? Beh, un po’ sì e un po’ no. Con la felicità abbiamo tutti a che fare, in un modo o nell’altro. Spesso è la bussola che orienta i nostri progetti e i nostri desideri. Altre volte è uno stato d’animo che cerchiamo e ricerchiamo, perché sembra nascondersi lì il senso della nostra vita, di tutto quello che facciamo e che faremo.

Soprattutto negli ultimi anni, ma diciamo pure nell’ultimo mezzo secolo, la ricerca della felicità è stata assunta come principio guida da un numero sempre maggiore di persone. E’ diventato un mantra: “Devo essere felice, devo fare soltanto quello che mi fa stare davvero bene”.

Ma ci siamo mai chiesti cosa significhi effettivamente essere felici? Se c’è stato un momento della nostra vita in cui abbiamo potuto affermare senza alcun dubbio “Sono felice!”? Insomma, ci stanno un bel po’ di cose da dire su questo stato d’animo, o stato mentale (ma qui si entrerebbe di più nel tecnico), così strano e variegato, sempre sulla bocca di tutti ma difficilmente afferrabile coi concetti.

Alla domanda “E’ così necessario parlarne?”, la risposta è sì. Un sì grande quanto una casa, oggi più che mai. Ma per parlarne è indispensabile affinare il concetto; pulirlo bene da tutte quelle incrostazioni prodotte da una fin troppo superficiale corsa verso l’esser felici che caratterizza sempre di più la nostra società contemporanea. Essere felici non è un obbligo, se si sa bene cosa sia la felicità.

La felicità di Epitteto

Ascoltate il podcast per saperne di più sui pensatori che hanno provato a definire cosa sia davvero la felicità e ditemi cosa ne pensate. Ditemi cosa rappresenta per voi questo straordinario concetto. A me piace molto ciò che a riguardo affermava Epitteto, filosofo greco che visse a Roma sotto Nerone:

Tra le cose che esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da noi: giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi: il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le cariche pubbliche e, in una parola, tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri. icordati dunque che, se credi che le cose che sono per natura in uno stato di schiavitù siano libere e che le cose che ti sono estranee siano tue, sarai ostacolato nell’agire, ti troverai in uno stato di tristezza e di inquietudine, e rimprovererai dio e gli uomini. Se al contrario pensi che sia tuo solo ciò che è tuo, e che ciò che ti è estraneo – come in effetti è – ti sia estraneo, nessuno potrà più esercitare alcuna costrizione su di te, nessuno potrà più ostacolarti, non muoverai più rimproveri a nessuno, non accuserai più nessuno, non farai più nulla contro la tua volontà, nessuno ti danneggerà, non avrai più nemici, perché non subirai più alcun danno.

Epitteto

A presto!

Giorgio

Categories
Uncategorized

Il virus del tuo pc è un essere vivente / 1

Si può definire la vita?

Durante una conferenza del 1994 Stephen Hawking, l’illustre fisico inglese scomparso un anno e mezzo fa, ha avuto l’ambizione di affermare che un comune virus informatico potrebbe essere considerato una forma di vita. Il virus, infatti, soddisferebbe i requisiti necessari affinché si possa parlare di vita. E secondo Hawking, alla fine il requisito sarebbe uno soltanto: il parassitismo. E sì, perché il virus informatico si comporterebbe allo stesso modo del suo omologo biologico: entra nel sistema dell’ospite e si nutre del suo stesso nutrimento, che utilizza per replicarsi. Anche le modalità di diffusione dei due tipi di virus sono più o meno identiche, così come la gradualità della possibile gravità. Ci sono virus informatici che semplicemente rallentano il pc, altri che lo fanno esplodere. Così come un virus biologico può trasmetterti l’influenza o, nel peggiore dei casi, l’HIV.

Beh, si tratta di una similitudine davvero molto interessante. Eppure, definire la vita non è così semplice e le cose potrebbero essere un tantino più complesse e complicate. Già poco tempo dopo, Richard Dawkins, zoologo evoluzionista autore della famosa opera Il Gene Egoista e dell’altrettanto celeberrima teoria dei memi, tra parentesi, personaggio molto singolare, si disse in linea di massima d’accordo con Hawking, anche se con una importante precisazione: il virus biologico si trova in una linea di confine tra l’essere vivente e il non-vivente. E le cose cominciano già a complicarsi.

Dall’affermazione di Hawking viene fuori una domanda molto importante, che va oltre la semplice classificazione dei virus o di quelle che saranno le entità digitali come “vive”. C’è in gioco la definizione stessa di cosa sia il vivente, di che cosa serva per dire che una cosa è viva, mentre un’altra non lo è.

Si tratta di una domanda alla quale si è tentato molte volte di rispondere ma l’esigenza sembra essere diventata più urgente soprattutto nell’ultimo periodo storico, a causa, naturalmente, dell’entrata in scena dell’intelligenza artificiale. E allora noi umani, che alla fine abbiamo soltanto paura di sentirci dire che le macchine potrebbe essere vive esattamente come siamo vivi noi, cerchiamo di correre ai ripari. E prima di tutto, allora, cerchiamo di rispondere alla domanda principale: quali sono le condizioni di base un qualcosa possa essere detto vivente?

Continua a leggere