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Il virus del tuo pc è un essere vivente / 2

Seconda parte del viaggio nelle definizioni della vita. Cosa ci dice, a riguardo, la filosofia?

Per il momento, ci accontentiamo di un listone infinito che due ricercatori dell’università di santa fe, Farmer e Belin, hanno messo su carta nel 1990. Allora le caratteristiche del vivente sono queste:

  • La presenza di una struttura: in due parole, potremmo dire, cioè, la presenza di un insieme di parti in cui non conta la parte singola ma il tutto organico.
  • Auto-riproduzione
  • Contenere internamente una rappresentazione di sé: per intenderci, in ogni nostra cellula è presente una copia del nostro DNA.
  • Un metabolismo
  • Interazioni funzionali con l’ambiente
  • Interdipendenza delle parti
  • Una certa stabilità dell’insieme anche in seguito a perturbazioni
  • La capacità di evolvere

Ecco tutto. 8 caratteristiche distintive del vivente. Se mancano, non si è capito bene se tutte insieme o anche alternativamente una o l’altra, allora non si può parlare di vita. Seguendo questo schemino, quello che il prof. Dawkins dice sui virus è vero. Stanno in una via di mezzo. E in effetti: hanno interazioni funzionali con l’ambiente, si autoriproducono, hanno una struttura. Ma non hanno un metabolismo, per esempio, perché sfruttano quello di altre strutture. E i virus informatici?

virus

Beh, a quanto pare, se facessimo il giochino di andare ad analizzare ognuna delle caratteristiche riportate sopra e collegarla al tipo di entità che è il virus digitale, ecco che sembrerebbe molto più facile dire che quest’ultimo sia un ente vivente rispetto al virus biologico. Quindi, definire la vita sulla base di queste caratteristiche diventa molto complicato, almeno per quanto riguarda le entità digitali. Già questo chiamarle entità è un indizio. Ricordiamo sempre, infatti, che quello tra il naturale e l’artificiale è un confine molto meno preciso di quanto siamo portati a pensare.

Vediamo se la filosofia può darci una mano in tutto questo marasma. Fin dall’inizio, i filosofi si sono chiesti che cosa volesse dire essere vivi. Essere vivi poteva voler dire avere la capacità di autoproduzione: in che senso? Nel senso dell’essere capaci di produrre in maniera spontanea sia il proprio movimento, sia il proprio nutrimento che la propria riproduzione. La caratteristica del movimento è ciò su cui è stato posto l’accento per molto tempo. L’anima è viva perché si muove. San Tommaso, ad esempio, è esemplare su questo punto quando afferma che Vita è “la sostanza a cui conviene (a cui si confà), per sua natura il muovere se stessa o condurre se stessa all’operazione”. La capacità di desiderare fa parte di questo tipo di movimento. L’essere capaci di desiderare, di avere pulsioni. Una caratterizzazione di questo tipo ha poi portato al fenomeno del vitalismo. Per vitalismo intendiamo quella teoria che considera i fenomeni vitali non riducibili alle reazioni fisico-meccaniche. E, quindi, seguendo l’impostazione vitalistica, di certo non si potrà mai parlare del virus come di un essere vivente. Solo Dio ha il potere di creare la vita. C’è quindi una causa irriducibile alla base dei fenomeni vitali, una causa che li spiega, perché altrimenti non sapremmo proprio come spiegare la vita. Ma, come dice Abbagnano nel suo dizionario di filosofia, una causa di questo tipo, irriducibile e inafferrabile, che cerca di spiegare tutto, proprio perché cerca di spiegare tutto, alla fin dei conti non spiega nulla ed è un asilo dell’ignoranza.

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