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Quanto vale il nostro Tempo?

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Se c’è una cosa che contraddistingue le esistenze di tutti quanti noi, dal primo all’ultimo, sono le scelte che compiamo. Scelte che, il più delle volte, corrispondono a progetti. Sono il piccolo passo che segna la direzione di una vita o, più frequentemente, di una giornata. Quei minuscoli atti che ti sembrano insignificanti, ma che possono decidere molto dell’economia di una vita.

Pensiamo di essere fermi ma in realtà siamo in costante movimento, anche se non ce ne accorgiamo, o facciamo finta di non accorgercene. In ogni istante creiamo il mondo che ci circonda e ci circonderà, non perché fuori di noi non esiste nulla, ma perché è a noi che quel fuori si manifesta. A noi come esseri umani, a me che parlo, a te che ascolti. E’ proprio il movimento il problema. Perché tutto passa, anche se a volte i nostri attimi ci sembrano infiniti.

E questo non li svilisce, anzi, ne dimostra in pieno tutta l’importanza. Sì, perché in quell’eterno movimento siamo immersi anche noi e sono proprio quegli attimi a definire la nostra direzione. Quindi è una questione di tempo, diciamocelo senza giri di parole. Chi non ha tempo non ha scelta, non può prendere alcuna direzione. E’ il tempo la prerogativa fondamentale delle nostre vite. Solo in un orizzonte temporale ci è possibile essere chi siamo o chi vorremmo essere.

Forse per questo dovremmo tutti prenderci un po’ più di tempo. E’ attraverso il continuum del tempo che noi avvertiamo di essere uniti, di essere proprio quel soggetto che eravamo 10 minuti fa, quel soggetto che possiamo pensare come Io. Per Husserl, il tempo è una serie di punti, una serie di rimandi interni al soggetto. Perché è sempre il mio tempo; anche se spesso lo dimentichiamo il tempo appartiene a noi stessi, perché è soltanto grazie al tempo che possiamo decidere che direzione imboccare.

Quindi prendiamoci, sempre, il nostro tempo.

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Filosofia

Marsilio Ficino e il neoplatonismo

Nella seconda metà del ‘400, in Italia si assiste a una rinascita degli studi filosofici, in particolare del platonismo, strettamente connessa alle realtà cittadine. Con il passaggio dai comuni alle signorie, perde il suo significato la figura dell’intellettuale impegnato nel contesto civile. L’intellettuale militante si trasforma in intellettuale contemplativo, un filosofo di professione in stretto rapporto con la corte signorile. L’esempio più caratteristico è quello di Marsilio Ficino (1433-1499).

Grazie all’appoggio della famiglia Medici, poté dar vita a un’Accademia platonica, centro di diffusione di un rinnovato interesse nei confronti della cultura platonica. Cultura platonica che viene rivisitata in senso cristiano. La fama di Ficino si fonda su due fattori principali. Per prima cosa, la sua opera di traduttore di Platone, Plotino e del Corpus Ermetico. In secondo luogo, la fittissima rete di corrispondenza che intrattenne con gli intellettuali europei del tempo.

Il programma di Marsilio Ficino consiste in un tentativo di armonizzare la religione con la filosofia, sulla base dell’idea dell’esistenza di una rivelazione perenne. Tale rivelazione si è espressa di volta in volta in linguaggio devozionale o filosofico, accompagnando il cammino dell’umanità attraverso tappe successive. Dalla nascita della sapienza ermetica nell’antico Egitto, al pensiero di Platone e Plotino, al mondo israelitico fino al culmine del messaggio evangelico.

La sua opera più importante è la Theologia platonica, in cui Ficino utilizza il sistema tomista in funzione polemica contro Averroè e l’intera tradizione aristotelica. Quest’ultima viene vista come una forma di pensiero che in ogni sua espressione rivela la propria inconciliabilità con la dottrina dell’immortalità personale dell’anima. Le correnti aristoteliche vanificano l’immortalità individuale con la dottrina dell’unità dell’intelletto.

L’anima umana ha una posizione centrale, poiché nel mezzo di una gerarchia ontologica che va dalla materia a Dio ed esercita nei suoi confronti una funzione unificatrice. L’anima ascende e discende continuamente attraverso i gradi della gerarchia, cosa che prova la sua capacità di muoversi all’infinito e quindi la sua immortalità. La centralità dell’anima, inoltre, coincide con la centralità dell’uomo, poiché l’essere dell’uomo si rivela nell’essere della sua anima.

A tutto questo Marsilio Ficino aggiunge una dottrina dell’amore che avrò particolare fortuna. L’amore è, platonicamente, ciò che consente all’anima di mettere in pratica la propria funzione di mediatrice del cosmo. È in virtù dell’amore che l’anima unifica i differenti gradi della gerarchia ontologica.

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Felicità: serve parlarne?

La seconda stagione del mio podcast, Filosofia per il Nuovo Mondo, è iniziata con un argomento molto importante e dibattuto: la felicità. Ora, non c’è bisogno che vi dica che di felicità parlano tutti, a tutti i livelli, e se ne parla da tempo.

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Ma davvero, di felicità, serve parlarne? Beh, un po’ sì e un po’ no. Con la felicità abbiamo tutti a che fare, in un modo o nell’altro. Spesso è la bussola che orienta i nostri progetti e i nostri desideri. Altre volte è uno stato d’animo che cerchiamo e ricerchiamo, perché sembra nascondersi lì il senso della nostra vita, di tutto quello che facciamo e che faremo.

Soprattutto negli ultimi anni, ma diciamo pure nell’ultimo mezzo secolo, la ricerca della felicità è stata assunta come principio guida da un numero sempre maggiore di persone. E’ diventato un mantra: “Devo essere felice, devo fare soltanto quello che mi fa stare davvero bene”.

Ma ci siamo mai chiesti cosa significhi effettivamente essere felici? Se c’è stato un momento della nostra vita in cui abbiamo potuto affermare senza alcun dubbio “Sono felice!”? Insomma, ci stanno un bel po’ di cose da dire su questo stato d’animo, o stato mentale (ma qui si entrerebbe di più nel tecnico), così strano e variegato, sempre sulla bocca di tutti ma difficilmente afferrabile coi concetti.

Alla domanda “E’ così necessario parlarne?”, la risposta è sì. Un sì grande quanto una casa, oggi più che mai. Ma per parlarne è indispensabile affinare il concetto; pulirlo bene da tutte quelle incrostazioni prodotte da una fin troppo superficiale corsa verso l’esser felici che caratterizza sempre di più la nostra società contemporanea. Essere felici non è un obbligo, se si sa bene cosa sia la felicità.

La felicità di Epitteto

Ascoltate il podcast per saperne di più sui pensatori che hanno provato a definire cosa sia davvero la felicità e ditemi cosa ne pensate. Ditemi cosa rappresenta per voi questo straordinario concetto. A me piace molto ciò che a riguardo affermava Epitteto, filosofo greco che visse a Roma sotto Nerone:

Tra le cose che esistono, le une dipendono da noi, le altre non dipendono da noi. Dipendono da noi: giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi: il corpo, i nostri possedimenti, le opinioni che gli altri hanno di noi, le cariche pubbliche e, in una parola, tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri. icordati dunque che, se credi che le cose che sono per natura in uno stato di schiavitù siano libere e che le cose che ti sono estranee siano tue, sarai ostacolato nell’agire, ti troverai in uno stato di tristezza e di inquietudine, e rimprovererai dio e gli uomini. Se al contrario pensi che sia tuo solo ciò che è tuo, e che ciò che ti è estraneo – come in effetti è – ti sia estraneo, nessuno potrà più esercitare alcuna costrizione su di te, nessuno potrà più ostacolarti, non muoverai più rimproveri a nessuno, non accuserai più nessuno, non farai più nulla contro la tua volontà, nessuno ti danneggerà, non avrai più nemici, perché non subirai più alcun danno.

Epitteto

A presto!

Giorgio

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Transumanesimo

Gilgamesh. Il transumano

Il re di Uruk

Ebbene sì, qualcosa come 4500 anni fa qualcuno, non sappiamo ancora chi, si prese la premura di scrivere una epopea bellissima. L’epopea di Gilgamesh. Beh, chi sarebbe questo Gilgamesh? Allora, dato che non si tratta di quell’Ulisse con il quale tutti noi siamo cresciuti e del quale sappiamo vita, morte, miracoli e tresche (sì perché di tresche ne aveva tante il caro Odisseo) facciamo un salto nella trama dell’epopea.

Poi c’è da dire che si tratta di una serie di racconti scollegati, ci sono tante lacune in mezzo, quindi diamo giusto soltanto un’occhiata alla genesi del nostro eroe. Gilgamesh è il re di Uruk. Primo problema: che città è Uruk? Uruk è il nome sumerico dell’attuale città di Warka, che si trova nella Mesopotamia meridionale, a due passi dall’Eufrate, quindi nel moderno Iraq. La città conobbe un periodo di splendore, sotto varie dinastie, se ci mettessimo a citarle tutte forse non basterebbe una settimana, comunque fu all’apice a periodi alterni diciamo fino al V secolo d.C., momento in cui venne definitivamente abbandonata. I suoi resti verranno ritrovati nella metà del 1800.

Il momento in cui Gilgamesh era re, immaginiamo potesse essere attorno al 2600-2700 a.C., ah e qui mi tocca aprire un’altra parentesi: forse Gilgamesh davvero camminò tra le lande desolate della nostra terra, naturalmente mondato di tutte quelle caratteristiche divine e supereroiche che gli vengono attribuite nel poema, l’argomento comunque è controverso. Alcuni resti sembrano indicare l’effettiva esistenza di uno sei suoi antagonisti, quindi a rigor di logica ci sarebbe la possibilità che anche lui fosse effettivamente un uomo in carne e ossa.

Magari un re importante e carismatica attorno alla cui figura è stata poi costruito e impalcato tutto il discorso dell’epopea. Comunque sia, la storiografia ufficiale, che è poi quella che conta, definisce tutti i sovrani appartenenti a questa dinastia persa nel tempo come mitici. È il classico esempio di fondazione mitica di una civiltà; i nostri Romolo e Remo per intenderci.

gilgamesh

Uomini di una volta

E’ il racconto di uomini con caratteristiche divine e sovrumane. Per farvi capire, nella Lista Reale Sumerica, una lista in cui vengono citati tutti i re delle varie dinastie sumere, compreso il numero di anni che hanno regnato, uno dei predecessori di Gilgamesh, Lugalbanda (a sua volta figlio del fondatore di Uruk), regnò per ben 1200 anni. 1200 anni. 1200. Ricorda vagamente le genealogie bibliche, i vari Matusalemme. Insomma, c’è stato un tempo in cui gli uomini vivevano, per qualche motivo, molto di più. E nonostante tutto ciò, vedremo, Gilgamesh soffre di un male molto umano, davvero molto umano. E di questo suo male ci viene dato un accenno già a partire da una iscrizione, riguardante sempre linee genealogiche reali, la cosiddetta Iscrizione del tempio di Ummal, che dice questo:

Il divino Gilgamesh,

colui che andò alla ricerca della pianta della vita,

ha costruito il santuario di Enlil;

Urlugal, figlio di Gilgamesh,

ha fatto risplendere Tummal

Colui che andò alla ricerca della pianta della vita. Ora, nella famosa Lista Reale, la vita di Gilgamesh viene calcolata in ben 126 anni. Certo, non si tratta dei 1200 di Lugalbanda, ma sempre 126 anni sono. E in un periodo in cui si moriva facilmente per un raffreddore, 126 sono una conquista, roba da guinness dei primati. Quindi per quale motivo Gilgamesh, a un certo punto della sua vita, avvertì il desiderio di andare alla ricerca della pianta della vita? Lo vedremo tra poco.

Ma allora, questo Gilgamesh, chi è? Beh, sulle sue origini, anche a un livello mitico, la Lista Reale non si esprime, ci dice semplicemente che suo padre è sconosciuto. Un trovatello insomma. A chiarirci questo particolare interviene il racconto di uno scrittore romano di lingua greca: Eliano. Il suo racconto è bellissimo:

Vi era una volta, in tempi lontanì, un re, il suo nome era Enmerkar, signore della città di Uruk. A lui gli indovini avevano profetizzato: «Colui che tua figlia partorirà, ti priverà della regalità». Il re allora, fu preso da paura, e affinché ciò non si verificasse, rinchiuse la vergine in una torre; la fece sorvegliare giorno e notte. Essa però partorì di nascosto un figlio di nessuno, perché la decisione degli dèi è immutabile. I guardiani terrorizzati per l’ira del sovrano, buttarono giù il bimbo dalla torre. Ma un’aquila avendolo scorto con la sua vista acuta, afferrò con i suoi artigli il bimbo prima che si sfracellasse al suolo, e lo portò in un palmeto dove lo depositò dolcemente. Il giardiniere scoprì il bel bambino, se ne innamorò e lo allevò: Gilgamos gli diede come nome. Cresciuto e diventato adulto, Gilgamos spodestò dal trono Enmerkar il padre di sua madre. Così si avverò la profezia divina.

Profezia divina, nascita misteriosa, intervento di animali, avveramento della profezia. Si tratta di uno schema che potremmo ritrovare in molti dei racconti mitici dei tempi antichi. Insomma, Gilgamesh sarebbe figlio di una vergine rinchiusa in una torre. Un figlio di nessuno destinato a diventare re. Poi nei poemi della tradizione, i natali di Gilgamesh vengono indicati nella dea Ninsun che ha come suo sposo niente meno che Lugalbanda. Sì, uno dei re precedenti a Gilgamesh, quello che regnò per ben 1200 anni.

gilgamesh ed enkidu

La sua figura viene divinizzata e messa accanto ad una delle divinità più importanti del pantheon sumerico. Quindi, sui natali di Gilgamesh ci siamo. Ora andiamo a vedere cosa ci viene detto delle sue gesta nel poema, (sarebbe meglio dire nei sei poemi) che gli sono dedicati. Quello che interessa a noi avviene subito dopo la morte del suo fedele servo e amico Enkidu.

Gilga ed Enki

Ma anche qui, il rapporto tra Gilgamesh e il suo amico/servo è molto più complicato di quanto sembri a prima vista. Enkidu non è un semplice mortale. E’ una ex-bestia. Un ex-animale diventato uomo. Anzi una ex bestia divina diventata uomo. Enkidu infatti è la soluzione che gli dei hanno pensato per risolvere le lamentele dei sudditi di Gilgamesh, spossati dalle continue vessazioni, diciamo così, cui il loro re li sottoponeva:

Giorno e notte non c’è limite alla sua arroganza. Nessun figlio è lasciato a suo padre, poiché Gilgames tutti li prende, anche i bambini; eppure, il re dovrebbe essere un pastore per il suo popolo. La sua lussuria non lascia nessuna vergine all’amante, né la figlia del guerriero, né la moglie del nobile; eppure egli è il pastore dellacittà, saggio, avvenente, risoluto»

Insomma, Gilgamesh era un mattacchione. E gli dèi accolgono le lamentele degli uomini, una volta tanto. Si rivolgono allora ad Aruru, la dea della creazione, chiedendole di creare un essere che possa tenere testa al re dei re.

« Fosti tu a farlo, Aruru; crea ora il suo pari, uno che sia simile a lui quanto il suo riflesso, un altro lui, cuore tempestoso per cuore tempestoso.

Così traendolo dalla argilla, Aruru crea quest’essere, il nobile Enkidu. Ma Enkidu non è un uomo. Sentite come viene descritto:

C’era in lui la virtù del dio della guerra, di Ninurta stesso. Aspro era il suo corpo, lunghi i suoi capelli come quelli di una donna, ondeggiavano come i capelli di Nisaba, dea del grano. Il suo corpo era coperto di pelo arruffato come quello di Sumuqan, dio del bestiame. Era ignaro dell’umanità, nulla sapeva della terra coltivata.

Questi ultimi due versi sono significativi. Enkidu è ignaro dell’umanità, non sa nulla della terra coltivata. Insomma, è un uomo prima della rivoluzione agricola. Ancor prima dell’uomo a dir la verità. E’ un pre-uomo, che trascorre la sua esistenza nei boschi, insieme agli animali e con loro si abbevera nei piccoli stagni. Il bello è che non si interessa delle cose umane e per essere d’intralcio a Gilgamesh, per conoscere l’ostilità e il desiderio di primeggiare, deve essere attivato, deve essere reso uomo. Nella mentalità antica nulla può trasformare una bestia in un uomo meglio di una donna. Soltanto conoscendo il piacere della carne, del proprio corpo congiunto a quello di una donna, Enkidu scoprirà di essere uomo e per una nuova tacita alleanza acconsentirà a combattere contro Gilgamesh.

E’ la trasformazione della bestia in uomo, che tramite quel legame che lo tiene saldo, come con una corda all’altro, all’amata o semplicemente all’altro uomo, decide di sfidare la divinità, in questo caso il semidio Gilgamesh, per mutare l’ordine antico. Enkidu sulle prime non avverte il cambiamento, tenta di tornare alla sua vita di prima, tra le bestie. Ma come il filosofo che è uscito dalla caverna, al suo rientro viene deriso e allontanato dalle bestie, che non lo riconoscono più. Non appartiene più al mondo dell’animalità; in qualche modo ne è stato scacciato, qualcosa di diverso è entrato in lui.

Allora, appena le gazzelle lo videro, balzarono via; fuggirono dal suo cospetto le creature selvatiche. Enkidu le avrebbe inseguite, ma il suo corpo era legato come da una corda; quando cominciò a correre le ginocchia gli cedettero, aveva perduto la sua sveltezza. E ormai erano tutte fuggite le creature selvatiche; Enkidu era diventato debole poiché la saggezza era in lui e i pensieri di un uomo stavano nel suo cuore.

Con cuore di uomo allora Enkidu viaggia verso Uruk, per pararsi di fronte al forte Gilgamesh. Lo scontro tra i due a dire il vero non è dei più emozionanti. Qualche spintone, quale stipite che trema, e alla fine Enkidu viene scaraventato a terra da Gilgamesh. Questo evento suggella l’amicizia eterna trai due; Enkidu infatti riconosce la superiorità del suo avversario, che lo accetta come consigliere, servo e amico fidato, tutto in uno.

Enkidu sarà l’unico ad avere con Gilgamesh questo tipo di rapporto. Ma alla fine, anche lui, per colpa di una maledizione scagliatagli contro dagli déi in seguito a un atto sacrilego, che qui non vi racconto perché andremmo per le lunghe e si aprirebbero altre infinite parentesi, andrà incontro alla morte. Sarà quello il momento in cui Gilgamesh penserà forse per la prima volta alla sua condizione di mortale:

Come posso riposare, come posso aver pace? La disperazione è nel mio cuore. Ciò che è mio fratello ora, lo sarò io quando sarò morto. Poiché ho paura della morte farò del mio meglio per trovare Utnapistim, colui che chiamano il Lontano; egli infatti è entrato nel consesso degli dèi.

Insomma, anche il possente Gilgamesh cade vittima di un sentimento umano, davvero umano: la paura della morte. Attenzione, non la brama di sconfiggerla, di vivere in eterno, di superare i confini dell’umano. No. Semplicemente e sinceramente: la paura della morte. Gilgamesh non maschera il suo sentimento. Lo grida ai quattro venti, perché pur essendo Dio per due terzi (lo so la proporzione è strana ma è quanto stabilito dall’epopea) quella sua terza parte è umana. E l’uomo, qualsiasi uomo, ha paura della morte. E alla morte cerca, quando è possibile, un rimedio.

Il diluvio

Il rimedio, per Gilgamesh, è Utnapistim, che se dovessimo fare un paragone potremmo paragonarlo a Noe. E sì, perché Utnapistim nel mito sumero è colui che ha costruito l’arca per far fronte al Grande Diluvio mandato dagli dèi come maledizione contro gli uomini, per ripulire la terra dalla loro presenza. Qualche assonanza?

gilgamesh e la foresta dei cedri

Dopo il Diluvio, Utnapistim è stato donato della vita eterna. Per questo motivo Gilgamesh cerca di raggiungerlo e carpire da lui il segreto per non morire mai, per non fare la fine del suo fratello Enkidu. Ma è un’impresa futile e inutile, e sono di una bellezza estrema le parole con cui una donna che vive in quello che potremmo paragonare al giardino dell’Eden, Siduri, spezza i facili entusiasmi e i cattivi ragionamenti di Gilgamesh:

Gilgames, dove ti affretti? Non troverai mai la vita che cerchi. Quando gli dèi crearono l’uomo, gli diedero in fato la morte, ma tennero la vita per sé. Quanto a te, Gilgames, riempi il tuo ventre di cose buone; giorno e notte, notte e giorno, danza e sii lieto, banchetta e rallegrati. Siano linde le tue vesti, nell’acqua làvati, abbi caro il fanciullino che ti tiene per mano e nel tuo amplesso rendi felice tua moglie: poiché anche questo è il fato dell’uomo»

Tu sei uomo, vivi la vita da uomo. Non cercare quello che non ti è concesso. Non lo troverai. Ma Gilgamesh decide di non ascoltare Siduru, di continuare il suo cammino verso il Lontano Utnapistim. Ma neanche Utnapistim consola Gilgamesh, anzi, rincara la dose:

« Nulla permane. Costruiamo forse una casa che duri per sempre, stipuliamo forse contratti che valgano per ogni tempo a venire? Forse che i fratelli si dividono un’eredità per tenerla per sempre, forse che è duratura la stagione delle piene? Solo la ninfa della libellula si spoglia della propria larva e vede il sole nella sua gloria. Fin dai tempi antichi, nulla permane. Dormienti e morti, quanto sono simili: sono come morte dipinta. Che cosa divide padrone e servo quando entrambi hanno compiuto il proprio destino?

Utnapistim convince Gilgamesh dell’intrinseca mutevolezza della vita sulla terra, dell’inutilità della sua ricerca, della sua domanda di eternità. Se non costruiamo case che durino per sempre c’è un motivo. Il motivo è che nulla permane, nulla resta mai allo stesso modo di come era prima. Gli dèi hanno assegnato a lui, Gilgamesh la sovranità sul suo popolo, non l’eternità. E non c’è modo di conquistarla. Al massimo, questa è l’unica concessione, l’unico regalo che Utnapistim fa al re disperato, potrebbe tornare giovane e forte come era un tempo. Può ridiventare l’uomo che era un tempo, semplicemente mangiando una pianta che cresce sott’acqua. Allora Gilgamesh si affretta e riesce a recuperare in men che non si dica la pianta. Ma non la mangia subito, decide di tenerla e farla provare per primi ai suoi sudditi più anziani, per farli tornare di nuovo giovani.

TransGilgamesh

In alcuni dei testi transumanisti più bizzarri, ma con toni meno enfatici anche in alcuni dei più seri, si legge in questo tentativo di Gilgamesh di superare la condizione umana (la sua pur particolare condizione umana) un antecedente del transumanesimo. L’aspirazione diciamo che è la stessa, anche se lo strumento, per evidenti motivi, non è quello tecnologico. Si tratta pur sempre, comunque, di una tecnologia, anche se realizzata nell’unica sua esemplificazione possibile al tempo: una pianta misteriosa che vive nelle profondità oceaniche, ed è difficile, se non impossibile da raggiungere.

Soprattutto negli anni ’60 e ’70 del Novecento, noi in realtà abbiamo cercato di combattere la morte, di raggiungere l’eternità. Questo nella poco fondata credenza nel fatto che la causa della morte fosse da ricercarsi nell’impossibilità di guarire da alcune malattie. Per questo motivo sono nati tutta una serie di progetti, davvero svariati, volti a permettere la conservazione del corpo umano in condizioni accettabili per un risveglio, detto tra virgolette, futuro. Un risveglio che dovrebbe avvenire allorquando le conoscenze mediche permetteranno di guarire quel corpo dalla malattia che lo attanagliava, consentendogli di vivere ben oltre le aspettative di un comune essere umano.

Si tratta di quei progetti di crioconservazione che, in poche parole, puntano tutto sulla medicina di domani. Se noi ora non siamo in grado di guarire una determinata malattia, chi ci dice che in futuro non saremo in grado di farlo? Il paziente malato, allora, viene congelato, in condizioni che in teoria potrebbero permetterne una futura riattivazione cerebrale in attesa che la medicina compia quei passi avanti che permettano la cura del paziente. Ah, giusto per accennare a una cosa. In crioconservazione si è morti, e se non lo si è, si muore. Tutto sta nella speranza che non solo in un lontano futuro si sia in grado di guarire da determinate malattie, ma anche che si sia in grado di riparare ai danni compiuti dal processo di conservazione.

E’ tutto una speranza. La Alcor Life Extention Foundation, ad esempio, è un’azienda delle due aziende che si occupano attualmente di questo genere di conservazione. Finora ha in crioconservazione 176 pazienti, tra i quali anche una bambina di due anni, con un grave e raro tumore cerebrale, un ependiloblastoma. I costi dell’operazione di crioconservazione della Alcor, stando ai tariffari ufficiali, variano dai 200.000 ai 220.000 dollari. Fa tutto parte, questo, di un orizzonte transumanista, che mira ad andare oltre determinate condizioni intrinsecamente umane, quali la mortalità o la relativamente breve durata della vita. È la tecnologia applicata al corpo, che permette di andare oltre una condizione data, oltre una fattezza, per così dire, biologica.

Ma a Gilgamesh non tocca questo genere di sorte. Gilgamesh non è transumano, non è postumano. Pur essendo un semidio rimane pienamente umano. Ha le preoccupazioni e i sentimenti degli umani, porta con sé il dolore per un amico scomparso, la disperazione sul viso e lo sguardo di chi ha compiuto un lungo viaggio. Ora, non sappiamo in realtà perché Gilgamesh non abbia deciso di mangiare la pianta, quali fossero le intenzioni del narratore. Può essersi trattato semplicemente di uno slancio di solidarietà nei confronti dei membri più anziani della sua comunità o chissà cos’altro. Fatto sta che il re non riesce a far esperienza di quella tecnologia. Che comunque avrebbe destato, immaginiamo, ben poco stupore in un uomo abituato a uccidere tori celesti o a tagliare cedri sacri incalzato da guardiani con sembianze demoniache.

gilgamesh e utnapistim

Quella che vive Gilgamesh è l’elaborazione di un lutto, la consapevolezza che non si può inseguire l’eternità e che la morte colpirà anche il più potente tra gli uomini, prima o poi. E’ un mondo di dèi, ricordiamolo, e sono loro che decidono il destino degli uomini. Nessuna tecnologia può salvarli dal loro destino di morte, e se gli dei avessero voluto avrebbero scelto di sacrificare Gilgamesh al posto di Endiku. Se ciò non è successo è soltanto perché Gilgamesh è ben visto dal dio sole, che sceglie di risparmiare la sua vita e condannare, invece, il suo amico, suo fratello. E comunque, dicevamo, il re non potrà mai fare esperienza di quel ritorno alla gioventù.

Durante il viaggio di ritorno a Uruk, infatti, mentre Gilgamesh sta lavandosi all’interno di uno stagno, un serpente sente l’odore della pianta della giovinezza, e gliela prende da sotto il naso. La mangia e, spogliatosi della sua vecchia pelle, torna nel pozzo. Il re è disperato ma accetta l’accaduto con serenità. Capisce che c’è un altro modo per essere immortali, per non venir dimenticati dagli uomini. Così quando torna ad Uruk decide di incidere la sua avventura su delle tavolette d’argilla, che, con un po’ di immaginazione, sono inaspettatamente arrivate fino a noi.

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Filosofia

La noia, le cose e Schopenhauer

Avvolto dal calore del divano, con lo sguardo perso tra le increspature dei muri della mia mansarda, il mio cervello per un attimo smette di funzionare. Si blocca, schermata blu, errore. Sono sempre lì, eppure non ci sono, sono da un’altra parte. O meglio, mi sembra di trovarmi in un posto molto diverso, dietro gli occhi, nella testa. E con tutta la forza delle mie braccia spingo su queste pareti opprimenti nel tentativo di uscirne. Da fuori, infatti, avverto una leggera pressione, la pressione di qualcosa che tenta di aprire il mio cranio. Finalmente sono fuori, sono libero. Il mio sguardo è di nuovo vigile, attivo, e mi guardo intorno non riuscendo a capire che cosa effettivamente mi sia successo. Ricordo benissimo, però, quella profonda sensazione di noia, che mi attanagliava l’anima poco prima di annegare in quello stato simil-catatonico. Noia. Che diavoleria di sentimento è questo?

La situazione che vi ho descritto prima dev’essere capitata a ognuno di voi. Soprattutto in queste giornate infinite che ci vedono costretti, sapientemente, tra le mura di casa. L’avete avvertita qualche volta anche voi quella pressione lì, quell’attimo di assoluta nullità in cui non possiamo davvero dire di essere coscienti. Eppure, come vedremo, c’è qualcuno che dice che è proprio in quell’attimo che io sono davvero sveglio. Soltanto in quell’attimo entro in contatto con qualcosa di realmente profondo, di reale; qualcosa che sta fuori dalle costruzioni immaginifiche che ci permettono di andare avanti nelle nostre vite, che ci salvano e ci assolvono da quell’esperienza di nullificazione. E quindi che cos’è realmente la noia?

Diman tristezza e noia

Recheran l’ore

Diceva Leopardi. E oggi come oggi questi due versi andrebbero appesi sui balconi: altro che #andràtuttobene. Quindi, dicevamo, questo sentimento, questa affezione dell’animo, diciamo, perché sentimento non è la parola più giusta, sembra essere strettamente legato alla tristezza. Tristezza e Noia. Noia e Tristezza. E a rincarare la dose ci si mette anche un filosofo, amico di pensiero del nostro Leopardi: Schopenhauer. Ve la ricordate? La vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia. Insomma, le associazioni non sono delle migliori. Per Leopardi la Noia è amica della tristezza, per Schopenhauer addirittura del dolore. Soffermiamoci un attimo sul pensiero di quest’ultimo. A fondamento della realtà, per Schopenhauer, c’è una forza, diciamo così, irrazionale, che è la Volontà. La Volontà è una forza cieca. Ed è anche un concetto molto difficile da capire. Sostanzialmente Schopenhauer parte da una ammissione di ignoranza. Ma di un’ignoranza profonda. Non ci basta l’eziologia, cioè la scienza delle cause per comprendere un fenomeno, cioè la rappresentazione che noi abbiamo di un oggetto. Ci sembra, studiando le cose nelle loro cause, di poter determinare le leggi del funzionamento della natura, individuando allo stesso tempo l’essenza delle cose, che starebbe proprio in quelle cause. Ma non è così. Le leggi naturali non sono altro che l’ammissione della nostra impossibilità di andare oltre esse. Dice, il nostro, nella sua opera più famosa, Il mondo come volontà e come rappresentazione:

La spiegazione eziologica, anche la più perfetta, della natura, non si riduce ad altro che a un catalogo di forze inesplicabili, […] ma l’essenza intima delle forze che si estrinsecano in tal maniera deve restare una eterna incognita. Si potrebbe paragonare l’eziologia a un blocco di marmo la cui sezione ci lascia scorgere una infinità di vene che serpeggiano l’una accanto all’altra, ma non ci fa scoprire il corso interiore di queste vene fino alla superficie.

È un’immagine bellissima questa usata da Schopenhauer, per davvero. Un’immagine che ci dà il senso dello scopo vero della ricerca, perché poi quella di Schopenhauer è una ricerca del profondo, di ciò che sta dietro la manifestazione delle cose. E’ la volontà, termine importante nel nostro filosofo, di non fermarsi all’apparenza, cercando di andare dietro alle cose, dietro agli oggetti. E quel determinato oggetto che si manifesta lì, di fronte a me, mi sarà sempre qualcosa di intimamente estraneo. Non basta capire le cause di un qualcosa, perché una pietra cade o perché la terra gira seguendo un’orbita ellittica intorno al sole. Alla base delle cause deve esserci qualcos’altro, sotto la superficie di quelle venature deve esserci una forza che le spieghi e dalla quale derivino, nella loro più intima essenza. Insomma, la domanda che sta alla base di tutto questo è: il mondo può essere soltanto una rappresentazione e quindi qualcosa che necessariamente, proprio perché mia rappresentazione, è sempre e soltanto in relazione a me, il soggetto? No deve esserci qualcosa di più.

Questo qualcosa di più, proprio perché non deve essere in relazione a me stesso, deve essere qualcosa di estremamente diverso dalle rappresentazioni, dai fenomeni. E se è diverso non segue neanche le loro stesse leggi, ma altre, anzi, nessuna legge. Ma come si può arrivare a questo fondamento? E’ molto semplice in realtà, ci dice Schopenhauer, basta pensare da uomini, o donne, insomma da esseri viventi. Proprio perché esseri viventi, siamo dotati di un corpo, e questo corpo è la porta d’accesso al fondamento, a quello che sta dietro il mondo come rappresentazione dei fenomeni. Qui sta la gran parte della magnifica modernità di Schopenhauer. Il passaggio dal mondo della rappresentazione al suo fondamento è questo: il nostro corpo noi lo possiamo sperimentare in due modi: o come oggetto tra gli oggetti, e quindi alla stregua degli oggetti, come rappresentazione; oppure come Volontà. E’ qualcosa di intuitivo. Alla base di ogni nostra azione, di ogni nostro intendimento c’è una volontà. Il nostro corpo e la sua volontà sono un tutt’uno (senza il corpo io non potrei concepire la mia volontà); anzi, il corpo è l’oggettivazione della volontà, uno dei modi in cui la volontà si fa oggetto. Se noi, allora, trasponiamo questo, cioè il fatto del mio corpo di essere l’oggettivazione della volontà, anche agli altri oggetti, per non cadere in quello che Schopenhauer chiama egoismo teorico (un egoismo il quale, dice Schopenhauer, considera tutti i fenomeni, salvo l’individuo, alla stregua di fantasmi), allora vediamo che tutto non è altro che oggettivazione di un’unica Volontà. Questo serve per salvare i fenomeni dal fatto di esistere solo e soltanto in relazione a noi stessi, di essere soltanto nostre rappresentazioni. Qui è importante riportare le parole di Schopenhauer:

Se questo [il fenomeno] deve essere qualcosa di più che la nostra semplice rappresentazione, dobbiamo affermare che oltre a rappresentazione è, in sé e nella sua intima essenza, una cosa identica a quella che troviamo immediatamente in noi come volontà

La volontà, quindi, è l’essenza intima della natura, quello che sta a fondamento di essa ma oltre il mondo della rappresentazione. E qui ci sono echi della cosa in sé kantiana. E’ quindi, la Volontà, (l’unico nome con il quale ci è dato di conoscerla, perché è l’unico nome che abbiamo dato a una sua oggettivazione, che è il nostro corpo) quella forza cieca, irrazionale, che vediamo all’opera nella natura intera. Ma è qualcosa di più. E qui interviene la bellissima descrizione che ne fa Schopenhauer sempre nel Mondo:

Volontà vedrà egli nella forza che fa crescere la pianta; in quella che dà forma al cristallo; in quella che dirige l’ago calamitato al nord; nel fastidio che prova al contatto di due metalli eterogenei; nella forza che si manifesta nelle affinità elettive della materia in forma di ripulsione e attrazione, di combinazione e decomposizione; e persino nella gravità, che agisce con tanta potenza in ogni materia e attira la pietra a terra come la Terra al Sole.

Volontà è il filo conduttore di tutto ciò che accade in natura. Il fondamento di questo enigma che è la natura, enigma proprio perché cieca e irrazionale è la Volontà. E questo però porta Schopenhauer a una sorta di pessimismo, secondo la tradizione storiografica, o meglio, secondo quello che spesso viene raccontato a scuola di e su Schopenhauer. In realtà quello che segue è la necessaria conseguenza di quanto abbiamo detto finora. Se il filo conduttore della natura e quindi della realtà è una volontà cieca e irrazionale, il cui unico obiettivo, per così dire (perché la Volontà in realtà non ha una volontà), è il manifestarsi, il suo unico modo di manifestarsi è un modo cieco e irrazionale. Tutto quello che a noi sembra essere bello e armonioso è in realtà il risultato di nessun progetto; parafrasando a modo nostro potremmo dire che è il frutto del caso. Non c’è nulla di ragionevole nella nostra vita o nella natura, nulla di armonico e definito. Anche la storia, allora, anche la nostra storia non è altro che una sequela in cui razionalità e follia occupano le porzioni maggiori. In realtà tutte le nostre aspirazioni sono senza scopo e a ogni nostro desiderio ne segue sempre un altro, in una catena ininterrotta e per questo dolorosa. Ecco il primo termine della questione: il dolore. Un desiderio non soddisfatto porta dolore. Ma la gioia per il suo soddisfacimento, col passare del tempo si trasforma in Noia e sorge subito un nuovo desiderio. La catena riparte e noi siamo persi e presi tra le sue maglie. L’esistenza si trasforma in un pendolo in continua oscillazione tra la Noia e il Dolore.

L’analisi di Schopenhauer è formidabile e ha avuto un impatto notevole e fondamentale nella storia del pensiero filosofico, ma anche sull’arte e nella letteratura. Però noi possiamo considerare la Noia anche da un altro punto di vista, che in un certo senso la riabilita. Se prendiamo per buona l’affermazione di Schopenhauer, che la vita sia questo eterno oscillare tra il Dolore e la Noia, non è detto che la nostra vita effettivamente debba fermarsi e che siamo costretti a rimanere per sempre in quello stato catatonico. Alla fin dei conti, la nostra esperienza ci dimostra che i momenti di felicità esistono e che per la maggior parte del tempo delle nostre vite siamo così immersi in quello che facciamo che ci è veramente difficile, se non astraendoci per brevi momenti, capire effettivamente da che parte del pendolo ci troviamo. Allora, quella catatonia temporanea di cui vi ho parlato prima, che devo ammettere che in questi giorni avviene con più frequenza del solito, può rivelarsi fondamentale per capire un po’ più profondamente quale sia il nostro rapporto con il mondo e con le cose che abbiamo intorno. Se presa nel modo giusto, insomma, la noia è lo stimolo che ti permette di alzarti dal divano e di fare qualcosa. Un altro pensatore ci aiuta a chiudere questo nostro breve giro nel mondo dell’annoiarsi. Ed è Heidegger che, in un’opera capitale che Che cos’è la metafisica?, definisce la Noia in questi termini:

La vera Noia non è quella che ci viene da un libro o da uno spettacolo o da un divertimento che ci annoiano, ma quella che ci invade quando ci si annoia: la Noia profonda che, come nebbia silenziosa, si raccoglie negli abissi del nostro essere, accomuna uomini e cose, noi stessi con tutto ciò che è intorno a noi in una singolare indifferenza. È questa la Noia che rivela l’esistente nella sua totalità

La rivelazione dell’essere in tutta la sua totalità. Beh, devo dire che io non ho avuto nessuna rivelazione stamattina sul divano, però capisco quello che intende Heidegger. La Noia ci porta a capire quanto le cose intorno a noi ci siano indifferenti e quanto, in realtà (questo passo lo facciamo ricollegandoci a Schopenhauer) quello che importa di più è avere un desiderio, un progetto, e cercare di realizzarlo. Almeno porsi nelle condizioni di mettersi all’opera per andare in direzione di quel desiderio. Poco importa se, alla fine, avremo di fronte ancora una volta soltanto la Noia, perché la catena è infinita. L’importante è quello che accadrà nel frattempo, quei brevi momenti in cui ci sentiremo felici guardando al lavoro che abbiamo fatto, al desiderio che siamo riusciti a realizzare.

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Il virus del tuo pc è un essere vivente / 2

Per il momento, ci accontentiamo di un listone infinito che due ricercatori dell’università di santa fe, Farmer e Belin, hanno messo su carta nel 1990. Allora le caratteristiche del vivente sono queste:

  • La presenza di una struttura: in due parole, potremmo dire, cioè, la presenza di un insieme di parti in cui non conta la parte singola ma il tutto organico.
  • Auto-riproduzione
  • Contenere internamente una rappresentazione di sé: per intenderci, in ogni nostra cellula è presente una copia del nostro DNA.
  • Un metabolismo
  • Interazioni funzionali con l’ambiente
  • Interdipendenza delle parti
  • Una certa stabilità dell’insieme anche in seguito a perturbazioni
  • La capacità di evolvere

Ecco tutto. 8 caratteristiche distintive del vivente. Se mancano, non si è capito bene se tutte insieme o anche alternativamente una o l’altra, allora non si può parlare di vita. Seguendo questo schemino, quello che il prof. Dawkins dice sui virus è vero. Stanno in una via di mezzo. E in effetti: hanno interazioni funzionali con l’ambiente, si autoriproducono, hanno una struttura. Ma non hanno un metabolismo, per esempio, perché sfruttano quello di altre strutture. E i virus informatici?

virus

Beh, a quanto pare, se facessimo il giochino di andare ad analizzare ognuna delle caratteristiche riportate sopra e collegarla al tipo di entità che è il virus digitale, ecco che sembrerebbe molto più facile dire che quest’ultimo sia un ente vivente rispetto al virus biologico. Quindi, definire la vita sulla base di queste caratteristiche diventa molto complicato, almeno per quanto riguarda le entità digitali. Già questo chiamarle entità è un indizio. Ricordiamo sempre, infatti, che quello tra il naturale e l’artificiale è un confine molto meno preciso di quanto siamo portati a pensare.

Vediamo se la filosofia può darci una mano in tutto questo marasma. Fin dall’inizio, i filosofi si sono chiesti che cosa volesse dire essere vivi. Essere vivi poteva voler dire avere la capacità di autoproduzione: in che senso? Nel senso dell’essere capaci di produrre in maniera spontanea sia il proprio movimento, sia il proprio nutrimento che la propria riproduzione. La caratteristica del movimento è ciò su cui è stato posto l’accento per molto tempo. L’anima è viva perché si muove. San Tommaso, ad esempio, è esemplare su questo punto quando afferma che Vita è “la sostanza a cui conviene (a cui si confà), per sua natura il muovere se stessa o condurre se stessa all’operazione”. La capacità di desiderare fa parte di questo tipo di movimento. L’essere capaci di desiderare, di avere pulsioni. Una caratterizzazione di questo tipo ha poi portato al fenomeno del vitalismo. Per vitalismo intendiamo quella teoria che considera i fenomeni vitali non riducibili alle reazioni fisico-meccaniche. E, quindi, seguendo l’impostazione vitalistica, di certo non si potrà mai parlare del virus come di un essere vivente. Solo Dio ha il potere di creare la vita. C’è quindi una causa irriducibile alla base dei fenomeni vitali, una causa che li spiega, perché altrimenti non sapremmo proprio come spiegare la vita. Ma, come dice Abbagnano nel suo dizionario di filosofia, una causa di questo tipo, irriducibile e inafferrabile, che cerca di spiegare tutto, proprio perché cerca di spiegare tutto, alla fin dei conti non spiega nulla ed è un asilo dell’ignoranza.

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Il virus del tuo pc è un essere vivente / 1

Si può definire la vita?

Durante una conferenza del 1994 Stephen Hawking, l’illustre fisico inglese scomparso un anno e mezzo fa, ha avuto l’ambizione di affermare che un comune virus informatico potrebbe essere considerato una forma di vita. Il virus, infatti, soddisferebbe i requisiti necessari affinché si possa parlare di vita. E secondo Hawking, alla fine il requisito sarebbe uno soltanto: il parassitismo. E sì, perché il virus informatico si comporterebbe allo stesso modo del suo omologo biologico: entra nel sistema dell’ospite e si nutre del suo stesso nutrimento, che utilizza per replicarsi. Anche le modalità di diffusione dei due tipi di virus sono più o meno identiche, così come la gradualità della possibile gravità. Ci sono virus informatici che semplicemente rallentano il pc, altri che lo fanno esplodere. Così come un virus biologico può trasmetterti l’influenza o, nel peggiore dei casi, l’HIV.

Beh, si tratta di una similitudine davvero molto interessante. Eppure, definire la vita non è così semplice e le cose potrebbero essere un tantino più complesse e complicate. Già poco tempo dopo, Richard Dawkins, zoologo evoluzionista autore della famosa opera Il Gene Egoista e dell’altrettanto celeberrima teoria dei memi, tra parentesi, personaggio molto singolare, si disse in linea di massima d’accordo con Hawking, anche se con una importante precisazione: il virus biologico si trova in una linea di confine tra l’essere vivente e il non-vivente. E le cose cominciano già a complicarsi.

Dall’affermazione di Hawking viene fuori una domanda molto importante, che va oltre la semplice classificazione dei virus o di quelle che saranno le entità digitali come “vive”. C’è in gioco la definizione stessa di cosa sia il vivente, di che cosa serva per dire che una cosa è viva, mentre un’altra non lo è.

Si tratta di una domanda alla quale si è tentato molte volte di rispondere ma l’esigenza sembra essere diventata più urgente soprattutto nell’ultimo periodo storico, a causa, naturalmente, dell’entrata in scena dell’intelligenza artificiale. E allora noi umani, che alla fine abbiamo soltanto paura di sentirci dire che le macchine potrebbe essere vive esattamente come siamo vivi noi, cerchiamo di correre ai ripari. E prima di tutto, allora, cerchiamo di rispondere alla domanda principale: quali sono le condizioni di base un qualcosa possa essere detto vivente?

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